Ti piazzi in bagno, o in camera da letto dei tuoi genitori o in qualsiasi altra stanza con uno specchio bello grande e vai ad incontrare te stesso. Fai sorrisi stupidi, espressioni corrucciate, smorfie. Poi inizi a guardarti negli occhi, e ti ci perdi lì dentro. Stai lì come un cretino per svariati minuti, chissà, magari anche ore.
Vanità? Forse.
O magari stai cercando di capire chi hai davanti. Vuoi capire se il tuo corpo è davvero come sei, o se nascondi qualcosa. Hai bisogno di sapere che l’immagine che dai al mondo è esattamente quella che vorresti offrire. Oppure ancora neanche lo sai qual è la tua facciata.
Comunque, rimani lì davanti sempre troppo tempo.
Poi devi andare: c’è la scuola, il lavoro, devi uscire, o, semplicemente, tua madre vuole che apparecchi la tavola. Ma durante il giorno ti capita di passare più e più volte davanti a cose come ascensori, vetrine dei negozi, magari anche pozzanghere. E quindi troverai di nuovo la stessa faccia che ricambia la tua occhiata vacua e perplessa, che tenterai di decifrare invano. Anche lì rimani intrappolato: rallenti il passo o, addirittura, ti fermi. Ebete.
Potresti passare tutto il tuo tempo così, a fissarti e studiarti fino ad avere nausea di te stesso. Oppure potresti vivere, chissà, magari è vero che capirai qualcosa in più su di te basandoti sulle azioni, e non sulle apparenze.
Una volta un amico mi ha detto qualcosa che non scorderò mai, qualcosa che riassume tutto ciò che ho detto: “lo specchio non sa chi sei”.